L’introduzione di Valerio Paolo Cremolini al convegno su Fabio Maria Linari

Fabio Maria Linari – Percorsi comuni

Mi è stato chiesto di ripercorrere la vita artistica di Fabio Maria Linari. È un compito di particolare responsabilità parlare di un artista e lo è ancora di più se la persona a cui ci si riferisce è scomparsa. Il nostro Fabio si proponeva con una fisicità solida, giovanile, attraente. Il suo sguardo, oltre che intelligente, era spontaneamente accogliente ed era difficile non ascoltare e non essere coinvolti dalle varie iniziative che lo riguardavano personalmente o che richiamavano la memoria artistica, culturale ed umana del padre Giacomo.
Immediatamente dopo la cerimonia funebre, ho inviato alcuni pensieri ad Alberta, premettendo che la sua improvvisa scomparsa ci ha raggelati, tanto essa ha suscitato diffusa incredulità. Non era possibile, infatti, che Fabio avesse concluso, così repentinamente, il suo cammino terreno.
Fabio è stata una persona che ha impreziosito la sua vita con i saporosi frutti dell’arte, che in tante occasioni ho apprezzato parlandone in modo assolutamente sincero non trascurando il ricordo del padre, che ha rappresentato per Fabio uno stimolo per affermare in modo autentico la sua testimonianza artistica. Da pochi giorni si era concluso, con l’esemplare impegno di Fabio, il duplice omaggio sull’opera di Giacomo Linari, ospitato al Museo Diocesano e al Liceo Artistico “Cardarelli”. Quante volte egli ribadiva che nella pittura del padre traspariva compiutamente la profondità spirituale e la ricchezza intellettuale dell’uomo, l’ incessante interrogarsi sulla vita, sul bene, sul male e, soprattutto, sul valore della fede.
La pittura, d’altronde, se è pur vero che si esprime in gesti tecnici, rivela l’humanitas dell’artista, la sua cultura, la sua dimensione esistenziale, talvolta, anche profetica.
La morte spezza violentemente legami cresciuti nel tempo. Ma può non rappresentare, e ritengo che oggi si dia credito a tale affermazione, un “addio senza futuro”, appunto se continuiamo a riservare spazio nella nostra vita a chi non c’è più e se ci adoperiamo per concretizzare un orizzonte esistenziale nel quale chi ci ha lasciati continua ad essere destinatario dei nostri migliori sentimenti.
È il modo migliore per attenuare l’irrimediabile vuoto e sconfiggere l’assenza.
Anche quella del nostro carissimo Fabio, che incontrai la prima volta nel 1984 quando venni invitato da Francesco Vaccarone a tenere una conversazione ai partecipanti dei corsi promossi dall’Enaip-Liguria, guidati dallo stesso Vaccarone e da Francesco Musante, a cui partecipavano sia Fabio che Alberta. Erano quattordici “allievi” che diedero vita al Gruppo “Segno Grafico Ligure”
Il positivo esito di quei corsi venne sapientemente reso visibile nella stampa di due cartelle di incisioni, rispettivamente intitolate Magie del Golfo e Il Cantico delle Creature. Mi chiesero di scrivere la presentazione, dove richiamai con brevi schegge ciascun elaborato. “Paesaggio che incanta, penetra la memoria e non l’abbandona” è quanto sinteticamente scrissi sull’acquaforte di Fabio, che aveva già concluso gli studi al Liceo Artistico e all’Accademia di Carrara. Con lui si sviluppò subito un feeling, successivamente tradotto in sincera e continuativa stima e amicizia. Così, nello stesso anno, fui interessato all’esperienza del Gruppo “Idioma”. Con Linari ne erano protagonisti Massimo Angei, Jacopo Bruno, Marco Casentini e Andrea Geremia. Sin dal primissimo esordio essi rivelavano un’inconsueta maturità, che si percepiva, ad esempio, nell’accentuazione espressionistica delle figure di Fabio, “sanguigne, dilaniate da accesi rossi e gialli materializzati in corpi”. “Quel colore infiammato – scrivevo – martella la nostra testa, talora indifferente e sorda; la grafia incide il foglio, così come la lama penetra nella carne e la lacerazione riproduce fatalmente lamento, dolore e tristezza. Quella di Linari è pittura che produce bellezza, seppure una sanguinante bellezza che ci trasmette frustate strazianti e brividi di lunga durata. Se con l’arte si vuole esternare la propria interiorità, utilizzando strumenti pittorici, Linari offre la sua sensibilità per ricreare, in forma graffiante e pungente, la problematica esistenziale che investe l’uomo e la società. Le sue figure strepitano e le loro voci ci raggiungono. Allora Linari ha raggiunto il suo obiettivo”.
Anni dopo, richiamavo l’angoscia esistenziale che trasudava nella sua pittura accostandola alla “errabonda frenesia cromatica e deformante” di Oskar Kokoschka e del dannatissimo Egon Schiele.
Da allora in poi per Fabio sarà un succedersi di mostre personali e collettive. Chi ha avuto l’occasione di sfogliare i cataloghi dei suoi numerosi impegni espositivi, avrà rilevato quanto nutrita sia la sua bibliografia, valorizzata da ottimi testi critici. Una bibliografia copiosa, che ha accompagnato la sua creatività senza soste. A me è mancato di godere la sensazione colta nel 1995 da Roberto Barzi quando visitò la casa-museo di Fabio a Chiari. È fare un torto a Barzi estrapolare soltanto qualche parola della coinvolgente “ouverture” del suo scritto, che esalta le “conturbanti creazioni stilistiche” di Linari, rappresentate da “quadri e disegni di ogni tipo e dimensione”.
Il pittore Giovanni Frangi, che lo scorso 6 giugno ha parlato in questa sede dell’amico e collega e che con lui ha condiviso la vicinanza allo scrittore, critico d’arte ed altro ancora, Giovanni Testori (c’è chi ha rilevato “l’approccio testoriana della pittura di Fabio”) è stato, tra l’altro, l’estensore della presentazione della prima personale di Fabio del 1988 alla galleria “Il Portico” di Gardone Riviera, intitolata La Periferia e il Ponte .
Mi ritrovo tantissimo su quanto egli ha scritto in merito alla “nervosità sfuggente del segno pittorico, il ritmo frenetico e sobbalzante della sintassi compositiva”. Quello di Frangi non è un testo esteso, ma nella voluta sintesi è particolarmente denso di sollecitazioni. Nella metropoli, ma tale sensazione si avverte anche nell’affrontare altri temi, vi è insito un sentimento di profonda inquietudine. “La metropoli di Linari – scrive Frangi – non ha uomini, è una metropoli incubo” e “di questa inquietudine si fa anzi espressione visiva, monumento”. Ma, alla fine, vi è un atteggiamento di resa in quanto “questa metropoli, attraversata da ponti sognati che non sappiamo dove portino e chi congiungono, ci attrae maledettamente e insieme ci spaventa”.
Il gigantismo della metropoli sarà più volte ripreso da Fabio, che amava tantissimo New York, dedicandogli decine di lavori. Sono del 1997 quelli raccolti nei Cartoni Newyorkesi. Il pittore si stupisce dei colori, dei rumori, della grandiosità, delle contraddizioni, della gioia di vivere e della malinconia proprie della città statunitense. Nel 2002, nella personale al castello di Lerici, riaffermava il reale ed il fantastico della città nell’Omaggio a New York. Ancora nel ciclo Empire del 2007 trasmetteva la magia del colore che avvolge in un clima di visionarietà e d’ininterrotta foschia la nota sequenza di grattacieli e di altri edifici, che accolgono chi raggiunge Manhattan.
Il contenuto della prima personale di Gardone Riviera è idealmente partecipe anche nella mostra spezzina del 2007 alla galleria “Menhir” di Alberto Rolla. In una breve recensione pubblicata sul Secolo XIX rilevavo la coerenza espressiva del pittore, capace di caratterizzare ogni tematica costruendo le immagini “attraverso segni forti, succosi, dal forte impatto emotivo”.
Meriterebbe di leggere integralmente il testo di Beppe Agosti, più volte a fianco di Fabio, nel quale richiama il vicinissimo eccidio dell’11 settembre 2001, attribuendo a Fabio “la piena licenza di raffigurare la terribile icona delle Torri Gemelle”. “Fabio Maria Linari – afferma il critico – è stato costretto a una collisione dei suoi due temi preferiti; ha accettato questa violenza e dall’impatto è scaturita una bellezza terribile: la bellezza di un simbolo nato dai fiumi dei corpi vaporizzati e da un futuro di morte che potrà essere esorcizzato soltanto da una potentissima e universale proiezione artistica”.
Ho accennato alla bellezza, che ritengo sia una meta che consapevolmente o inconsapevolmente stia a cuore ad ogni artista. Ciascuno la interpreta a modo suo. C’è chi attraverso la bellezza persegue il raggiungimento dell’Assoluto, c’è chi ambisce a considerarla una categoria che ha comunque una specifica valenza nel nostro tempo. Per il filosofo Vittorio Mathieu “un’attività letteraria, o poetica o artistica in generale, senza la speranza della bellezza sarebbe assolutamente priva di scopo: l’oblio del bello coincide con l’oblio dell’essere, e recide i legami con la nostra origine che, per contro, la nostalgia insita nella bellezza ci fa desiderare”. All’autenticità dell’arte vi appartiene l’autenticità della bellezza, come bisogno esistenziale.
Mi sono insinuato su questo terreno in quanto nella complessa creatività di Fabio la bellezza vi è ampiamente postulata ed è percepibile non solo come dato tecnico, bensì come alimento sopraffino che induce alla riflessione, alla meraviglia ed alla contemplazione. La contemplazione non è un atteggiamento passivo se è vero che per il mondo greco il sapere inizia con la meraviglia. Ed allora se “cessiamo di meravigliarci corriamo il rischio di cessare di sapere” (Maria Luisa Gatti Perrer). Anche l’esercizio artistico si alimenta di “sorpresa e di incanto”.
Ricordo che conversai con Fabio esternandogli il mio pensiero, che ruotava su detti argomenti all’indomani della personale milanese del giugno 2001, presso la “Compagnia del Disegno, dedicata alla montagna. Il ciclo di pastelli emanava un non comune tasso di emotività, che Domenico Montalto, curatore della mostra, alimentò ulteriormente nella sua presentazione, ricca di richiami territoriali, letterari, artistici ed anche musicali.
Linari individuava nella lucentezza dei bacini marmiferi delle Apuane, montagne nude ed aspre, “il luogo ideale e mentale, archetipi e mitico” a cui si ispirava per abbracciare “il regno del silenzio, il dominio dell’ombra e del crepuscolo”, attraversato da Fabio nel convincente ciclo di vedute montane, “grand tour postromantico nell’attualità del sublime e del meraviglioso”. Anch’io scrissi qualcosa sulla sua personale, rilevando che “ammirando le sue vette am­mantate di neve, accarezzate dall’azzurro intenso del cielo, il­luminate da un sole infuocato, emerge la tecnica sublime del bravo Linari, che riscopre e si nutre del linguaggio divisioni­sta, mirato ad esplorare i prodi­gi della luce. Penso a Segantini laddove afferma che “più puri saranno i colori, meglio si con­duce il dipinto verso la luce, l’a­ria la verità”. Penso a Rubaldo Merello, irraggiungibile inven­tore di sensibilissime sonorità cromatiche riprese dalla sua ininterrotta contemplazione della natura. Ciò per sottolinea­re, senza alcuna titubanza, che Linari ha realizzato un meditato nucleo di opere felicemente go­vernate da intelligenza esecuti­va e da un cuore innamorato della montagna e delle silenzio­se vertigini che essa procura.
La comprensione di questi pastelli non esige alcuno sforzo. La novità sta proprio qui. La lettura fa leva, per dirla con Testori, quando si riferisce alla pacata ed emozionale pittura del tren­tino Paolo Vallorz, “sulla mate­ria, nel disegno, nella forma con cui fiorisce ed appare”. Così è per Fabio Linari e per le sue bellissime e nitide cime.
L’afflato poetico non è per nulla estraneo nella composita ricerca di Fabio. Non a caso aderiva a collettive sul binomio pittura-poesia. La più recente alla Spezia è del febbraio 2013, presso l’Atelier 18 della pittrice Silvia Garzonotti. Dedicò il suo lavoro, intitolato City Lights, al poeta americano Lawrence Ferlinghetti, contitolare dell’omonima, celebre libreria e casa editrice fondata nel 1953 insieme all’italo-americano Peter Martin.
Qualche mese dopo, nel giugno 2013, Fabio è tra i 39 artisti che aderiscono immediatamente alla rassegna Pittori per la Musica, patrocinata dalla Prefettura della Spezia, dal FAI-Delegazione della Spezia e dai Lions La Spezia-Host. Tutti i dipinti sul tema musicale, vennero donati per ricavare risorse, unitamente ad altre iniziative, destinate al progetto di restauro (portato a buon fine) del Salone dei Concerti di Villa Marmori, sede del Conservatorio Musicale “G.Puccini” della Spezia. Fabio ispirò la sua tela a L’oro del Reno di Richard Wagner.
Nella biografia di Fabio Andrà anche menzionata l’esperienza condivisa con Francesco Vaccarone e Nicola Parrucca nella conduzione di laboratori aperti a soggetti con patologie gravemente invalidanti, nella consapevolezza che l’arte rappresenta un valido strumento di inclusione sociale con accertate qualità terapeutiche. In un convegno, dove ero inserito tra i relatori, svolto alla Spezia al Centro Allende a fine novembre 2013, è stata adeguatamente richiamata con opportune immagini tale momento di impegno sociale e culturale, non privo di emozioni..
Vorrei aprire una parentesi per evidenziare l’affinità che unisce il poeta al pittore, al quale non diversamente da chi scrive versi sta a cuore scoprire e rivelare, senza alcuna esitazione, quanto appartiene alla propria vita interiore, indagando se stesso utilizzando segni e colori, emblematicamente deputati ad esprimere gioia, malinconia, passione, ricerca di speranza e di futuro. La pittura, luogo in cui convergono le ferite e la bellezza della vita; sede dove si aprono dialoghi con gli altri, con le cose e con la vita in generale. Fabio è stato un credibile indagatore della specie umana, mai rinunciando ad evidenziarne limiti e pregi.
Richiamo nel merito un breve commento di Elisa Motta riferito alla mostra Smoking room del 2006, in cui la giornalista coglie nelle “figure simboliche, appena abbozzate con tratto caricaturale incline all’espressionismo, la sigaretta che lentamente si consuma, che diventa simbolo di smarrimento: fumare durante l’attesa senza sapere se ciò che sta dietro l’angolo darà una svolta alla nostra vita oppure no”. Ecco che la pittura, non diversamente dalla poesia, “non promuove crisi esistenziali né tanto meno rassicurazioni consolatorie, ma cerca di far sorgere domande sul proprio vissuto, suscitando spazi di confronto e di riflessione”.
Ho citato in precedenza la predilezione di Fabio per le immagini forti ed emotivamente coinvolgenti. Si situano su questa lunghezza d’onda le sue Prue, titolo della personale del 2010, ospitata al CAMeC nell’ambito del progetto espositivo “Finestra sul Golfo”. Le ripetute zoomate sulle prue delle navi, tema già affrontato con altrettanto vigore vent’anni prima, alludono all’incontro-scontro fra giganti, entrambi minacciosi e preparati a non soccombere. “La forza della prua e quella del mare – scrive Francesca Mariani – entrano, infatti, necessariamente in conflitto tra loro ma da questo nasce una sintesi che in noi stimola un desiderio di empatia con questa natura titanica”. Precisa, ancora, che la scelta tematica di Fabio “rivela ancora una volta il pensiero del pittore che concepisce l’opera come una dinamica di forze tra loro in continua contrapposizione e costantemente attive da cui deve scaturire la poeticità della visione”.
Fabio vantava una propria concezione del paesaggio urbano, preferibilmente rappresentato dall’imponenza, che permea la sua visionarietà rivolta a New York, Londra, Berlino, ecc., da ponti, fari, piste, hangar e torri aeroportuali, da vedute di città, di cattedrali, compresi notturni mai convenzionali. È in sintesi l’analisi che accomuna la lettura della pittura di Fabio da parte di molti critici. Per Mauro Corradini, ed è impossibile non convenire sul suo pensiero, “la pittura è per Linari una lotta contro il tempo, contro se stesso, contro il braccio che vorrebbe fermarsi, mentre tutto si muove in direzione opposta, tutta l’infinita energia dell’arte vorrebbe di colpo riempire lo spazio vuoto”. È un breve stralcio di quanto egli scrive sulla personale di Fabio, allestita nel 2008 nella galleria dell’Associazione Artisti Bresciani.
Ho già accennato all’importanza che sul piano formativo ha avuto per Fabio suo padre Giacomo, “artista severo moralmente superiore”. Con queste parole Fabio ne attestava le qualità umane ed artistiche, restandogli sempre affettuosamente riconoscente, valorizzandone di sovente la sua stagione artistica, indagando sul suo lavoro, coinvolgendo studiosi in proposte espositive realizzate in varie sedi con lodevole professionalità.
Si era adoperato tantissimo, con Enrico Formica, con cui ho avuto il piacere di collaborare, per il buon esito nell’aprile 2013 di un duplice omaggio espositivo dedicato al padre al LAS e al Museo Diocesano di via del Prione. Quanto mai stimolanti i titoli delle due mostre: Giacomo Linari e la pittura di paesaggio alla Spezia nella seconda metà del Novecento e Il fuoco della fede – Dipinti di Giacomo Linari. Una proposta allineava accanto a lavori di Giacomo Linari tele di paesaggisti amici e colleghi, attivi nello stesso periodo, quali Ercole Aprigliano, Giuseppe Caselli, Gino Bellani, Vincenzo Frunzo, Angelo Prini, Carlo Giovannoni, Giuseppe Borella e Pino Saturno; l’altra, di soli dipinti a tematica religiosa, che nell’opera di Linari ha occupato largo spazio, lavori potenti e drammatici, in cui la fede si dispiega efficacemente nella metafora del “fuoco” che alimenta l’esistenza e aiuta ad affrontare il dolore sempre presente.
Fabio Linari ha certamente percorso autonomamente la sua strada, ma di sicuro ha condiviso il clima culturale che gravitava nella sua casa e, soprattutto, nello studio del padre. Chi vi è entrato, “ha assaporato una particolare at­mosfera, ha avvertito un richiamo alla meditazione, un invito ad av­vicinare la pittura con amore e con quel sentimento di spiritualità che l’artista esaltava dipingendo strug­genti Teste di Cristo, pensosi Volti di vecchi, ariose vedute dai colori penetranti e mai sdolcinati. Come poteva, peraltro, apparire melliflua, stucchevole o leziosa la pittura di un artista che studiava Kierkegaard (1813-1855), Dostojevskij (1821-1881), Hegel (1770-1831) e, in tempi più recenti, Jean Guitton (1901) e saggi di teologia?”. Tra gli altri amava Georges Rouault e del pittore francese faceva proprio “l’animo religioso e la concezione del sacro come qualità della vi­ta, come dimensione interiore”.
Tutto ciò ha certamente favorito la vicinanza culturale a Giovanni Testori “eclettico predicatore di verità”, con le parole di Carlo Bo, testimone visibile e concreto dell’uomo che nella ricerca affannosa di se stesso suggeriva, non silenziosamente, il profilo di un mondo meno contraddittorio, capace di vincere l’emarginazione e di renderlo, come ebbe a dire, “meno torvo e volgarmente compiacente”.
Nella straordinaria mostra del gennaio 2004 al Museo Diocesano di Sarzana, intitolata La pittura del ‘500 e la parola incantata di Giovanni Testori, riproposta nello stesso anno nella sede della Fondazione Morcelli-Repossi, non una vaga traccia, bensì un solco profondo del credo testoriano s’insinuava nella straordinarie rilettura delle opere realizzate dal Romanino (1484-1560) e dal Moretto (1498-1554) per la Cappella del Sacramento in San Giovanni evangelista a Brescia, riscoperte e studiate da Giovanni Testori.
Mi piacerebbe tantissimo rievocare quella mostra e rivivere l’atmosfera di calda partecipazione emotiva che avvolgeva l’intera sala del Museo Diocesano di Sarzana, esaltata dalla superba creatività di Fabio, che don Giuseppe Fusari, direttore del Museo Diocesano di Brescia e curatore dell’evento, definiva opportunamente “una ulteriore discesa verso il profondo”. Una rilettura accompagnata dall’ombra di Testori che ha permesso a Linari “di non lasciarsi fuorviare dall’accattivante involucro esteriore, per puntare diritto verso il discorso dell’interiorità che disvela non solo la personalità artistica dei due pittori, ma le loro necessarie deviazioni esistenziali, la ricerca, il dramma del vivere, il dramma della domanda che, anche al variare dei secoli, continua a porsi per ogni uomo che vive sulla terra”.
Ho letto di recente un articolo di Roberto Mussapi sulle radici della creazione. Il poeta cita Aniela Jaffé, famosa discepola svizzera di Jung, per la quale “l’opera di ogni uomo creativo ha una lunga preistoria e non si manifesta all’improvviso e senza motivi. In realtà, la sua creazione è preparata da eventi interiori, e talvolta anche esterni, che affondano le loro radici in un passato molto lontano”. Anche in quella indimenticabile esposizione sarzanese nulla era nato casualmente. Ogni opera aveva una sua genesi, una sua storia, legata a quella delle altre, che si giovavano della presenza-assenza di Giovanni Testori e delle sue reiterate imprecazioni su “dove è finta la pittura”. Della presenza della sua ombra per nulla evanescente. “Questa ombra, accettata, ben custodita, talvolta cupa e addolorata, è nel cuore della pittura meditata e intrisa di umana passione di Fabio Maria Linari, realizzata con rapidità esecutiva, con movimenti sicuri e senza pentimenti della mano, quasi a sigillare liberatoriamente un ciclo esistenziale tormentato e tormentante”.
Anni dopo, nel 2010, don Giuseppe Fusari sarà ancora al fianco di Fabio, presentando la mostra Pugili nella Galleria piccola del Museo Diocesano di Brescia, che definiva “stagione di rimeditazione sulla figura umana in senso monumentale”, cogliendovi nella sequenza dei lavori una forte “aspirazione alla dimensione spirituale”. È una lettura che condivido. Don Fusari sosteneva l’importanza di questo tema, che il pittore custodiva da tempo e che riprendeva più estesamente. Nel 1989, infatti, aveva già dipinto un Pugile di colore in ginocchio, rivelando nella deformazione della figura ben più di una traccia di abbandono esistenziale. La vita, ci dice Fabio, attraverso i suoi pugili è un combattimento e forse anche il sapore della vittoria contraddice momenti di amarezza, se non di sconfitta. I personaggi sembrano provenire, non diversamente da quelli di Francis Bacon, da “un mondo senza pietà”. Allora le figure ed i loro corpi non possono essere idealizzati, bensì proposti nella loro cruda verità ed avviati verso un’inevitabile e assurda dissoluzione.
Su quest’ultima considerazione il mio sguardo sul vissuto artistico di Fabio non va oltre. Porto con me la soddisfazione tutt’altro che retorica di poter scrivere il mio nome a fianco di quelli di Francesco Vaccarone, Francesco Musante, Sergio Tedoldi, Giovanni Frangi, Marco Casentini, Giacomo Callo, Andrea Geremia, Massimo Angei, Alberta Intelisano, Francesco Bruno Cavicchioli, Catia Castellani, Nicola Perucca, Paolo Fabri, Simone Torri e Mariella Brignoli, che hanno affettuosamente aderito al ricordo di Fabio, ciascuno con due opere riferite a tempi diversi. Vi è chi ha confermato una continuità di linguaggio, offrendo la sensazione dell’inconfondibilità, e chi, viceversa, ha compiuto liberamente vere e proprie sterzate approdando su altre modalità operative ed espressive. Con gran parte di loro mi sono incontrato sullo stesso percorso comune a Fabio. Un percorso non breve, compiuto nel segno dell’impegno per l’arte e della più sincera amicizia.
Valerio P.Cremolini

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L’intervento di Beppe Agosti al convegno su Linari

LA COMPIUTA PARABOLA DI FABIO MARIA LINARI

Mi piace immaginare che, quando una persona muore, se il corpo trova riposo in un punto preciso della terra, la sua anima invece si divide in tante parti quante sono state le persone che lo hanno amato, che sono state amate, che hanno avuto simpatia e hanno ricevuto simpatia, amicizia, e tutta quella serie di scambi tra gli esseri umani che rendono la vita migliore e degna di essere vissuta.
Noi siamo qui riuniti per ricordare un caro amico scomparso: Fabio Maria Linari. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo, il privilegio di ricevere la sua attenzione, il suo affetto, la sua amicizia. Abbiamo ancora nella mente il ricordo vivo e presente del suo sorriso; possiamo ancora ricordare il suono gentile e seducente della sua voce. Egli era una persona che attirava subito l’attenzione. Non solo perché era bello (di belle persone c’è n’è sono tante, per fortuna): la sua avvenenza aveva la profondità tipica del talento -che fa la differenza- e in più aveva la gentilezza autentica di chi ha intrapreso la strada giusta: che era per lui la strada dell’arte, della pittura; essendo inoltre figlio d’arte; il padre Giacomo un validissimo e poetico pittore e bravo insegnante; perché non c’è niente di peggio, per un essere umano, del perseguire stolidamente un ambizione sbagliata. Il risultato immediato è quello di incattivirsi, fino al punto di far del male all’arte stessa e quindi al prossimo. Fabio Maria Linari perseguiva gioiosamente la bella ambizione della pittura, legittimata dal suo talento; per cui la sua naturale bontà veniva potenziata dalla felicità della realizzazione dei suoi intenti artistici. Non c’è al mondo spettacolo più bello di una vita autentica, di una soddisfazione legittima e meritata, di una giusta ambizione materializzata in prodotti (nel nostro caso numerosissime tele, tavole, cartoni, fogli) che testimoniano la possibilità di emergere dalla mediocrità , non per scatenare risentimento, bensì per rendere il mondo migliore, per elevarlo: con quella forza invisibile che solamente l’arte possiede. Possiamo affermare con assoluta certezza che Fabio Maria Linari ha assolto al compito che viene assegnato a ciascun uomo, con un po’ più di responsabilità riguardo agli artisti, perché -evangelicamente parlando- più sono i talenti concessi e più si ha da renderne conto. Fabio Maria ci ha lasciato, mantenendo il suo bel sorriso anche da morto: perché aveva reso il doppio di quanto la vita gli aveva concesso.
Anche riflettendo sul fatto increscioso della sua prematura dipartita, non si può tuttavia mancare alla considerazione che la sua parabola d’uomo e d’artista poteva in qualche modo essere perfettamente conclusa; in altre parole si può dire che il suo “quadro” era finito, e “Qualcuno” lo ha tolto dal cavalletto… Perché anche in questo emerge la sostanziale differenza tra un artista e un uomo normale. La vita di un artista non si arroga di nessuna superiorità, se non quella di aderire alle esigenze di un indubbio talento: un talento che lo libera in qualche modo dall’evolversi e dal declinare di un’esistenza puramente biologica. Per cui possiamo vedere che la vita degli artisti varia: dalla breve vita di Gericault a quella lunghissima di Tiziano, ma in entrambi la parabola artistica è perfettamente compiuta; così ripeto, lo è stato per Fabio Maria Linari. E il mio non vuole essere un discorso di consolazione: non abbiamo bisogno di essere consolati perché, come ho detto all’inizio, Fabio Maria è dentro di noi, nel valore e nello spessore raggiunto nei rapporti di simpatia, amicizia e amore intessuti quando era in vita. Ogni cuore di chi lo ha conosciuto conserva un angolo in cui egli continua a vivere; i suoi quadri continueranno a testimoniare del suo talento, insieme ai numerosi cataloghi delle sue mostre. In occasioni come questa, si lancia sempre una sfida al tempo: consapevoli di essere noi stessi bacheche destinate alla polvere; archivi di memoria molto labili. Ma siamo ancora qui e dobbiamo fare il possibile per vincere la sfida apparentemente impossibile contro il tempo. Perché il mistero della vita sta proprio in questo: siamo di fronte allo spauracchio della morte, all’evidenza del suo prevalere e siamo tentati alla sconfitta, vale a dire alla disperazione, cioè al peccato imperdonabile. Ma dal momento in cui l’eroe (e siamo tutti chiamati all’eroismo) smette di fuggire il suo destino e accetta di affrontare la prova, proprio da quel preciso istante egli ottiene la sicura vittoria.

Beppe Agosti
15 settembre 2014

Il convegno su Fabio Maria Linari

Valerio Paolo Cremolini, Alberta Intelisano Linari, Giovanni Frangi

Valerio Paolo Cremolini, Alberta Intelisano Linari, Giovanni Frangi

Il Dirigente del Liceo Cardarelli Sonia Carletti

Il Dirigente del Liceo Cardarelli Sonia Carletti

Enrico Formica, Valerio Paolo Cremolini, Giovanni Frangi

Enrico Formica, Valerio Paolo Cremolini, Giovanni Frangi

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Valerio Paolo Cremolini, Giovanni Frangi

Valerio Paolo Cremolini, Giovanni Frangi

Giacomo Manzù jr.

Giacomo Manzù jr.

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Catia Castellani

Catia Castellani

Francesco Vaccarone

Francesco Vaccarone

Giacomo Callo

Giacomo Callo

Il Prefetto Giuseppe Forlani, Alberta Intelisano Linari

Il Prefetto Giuseppe Forlani, Alberta Intelisano Linari

Giacomo Manzù jr., Valerio Paolo Cremolini

Giacomo Manzù jr., Valerio Paolo Cremolini

Giacomo Manzù jr., Paolo Asti

Giacomo Manzù jr., Paolo Asti

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